Lettera di Dimissioni

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Preavviso Dimissioni Contratto Servizi

Il preavviso dimissioni nel contratto servizi rappresenta il termine con il quale si deve avvisare in anticipo il datore di lavoro della propria intenzione di non proseguire ulteriormente in un rapporto di lavoro a tempo indeterminato appartenente alla categoria del CCNL Terziario della Distribuzione e dei Servizi.

La durata del preavviso delle dimissioni, infatti, non è standard per tutti i tipi di contratti collettivi di lavoro ma varia a seconda del tipo di categoria, o meglio di settore produttivo, a cui appartiene l’azienda presso la quale opera il lavoratore.

Ogni CCNL, quindi, prevede un differente termine di preavviso e, inoltre, come vedremo dopo, dentro ogni contratto, la durata varia a seconda dell’incarico ricoperto in azienda e della durata del rapporto di lavoro.

Vediamo dunque quali sono le anzianità di servizio e i livelli contrattuali in base ai quali varia il preavviso dimissioni contratto servizi.

Possiamo innanzitutto dividere tutti i lavoratori in tre macro gruppi, quelli con una anzianità di servizio fino a 5 anni compiuti, da 5 anni compiuti a 10 anni compiuti, oltre i 10 anni di servizio compiuti.

Per coloro che hanno una anzianità di servizio fino a 5 anni compiuti, i termini di preavviso saranno di 45 giorni di calendario per Quadri e I Livello, 20 giorni di calendario per II e III Livello, 15 giorni di calendario per IV e V Livello, 10 giorni di calendario per VI e VII Livello, 30 giorni di calendario per Operatori di Vendita.

Per coloro che hanno una anzianità di servizio da 5 anni compiuti e fino a 10 anni compiuti, i termini di preavviso saranno di 60 giorni di calendario per Quadri e I Livello, 30 giorni di calendario per II e III Livello, 20 giorni di calendario per IV e V Livello, 15 giorni di calendario per VI e VII Livello, 45 giorni di calendario per Operatori di Vendita.

Infine per coloro che hanno una anzianità di servizio oltre 10 anni compiuti, i termini di preavviso saranno di 90 giorni di calendario per Quadri e I Livello, 45 giorni di calendario per II e III Livello, 30 giorni di calendario per IV e V Livello, 15 giorni di calendario per VI e VII Livello, 60 giorni di calendario per Operatori di Vendita.

Dimissioni Sindaco

La figura del sindaco nei comuni italiani è diventata di estrema importanza dal 1993, data in cui è stata consentita la sua elezione diretta da parte dei cittadini. Eleggendo direttamente il sindaco, infatti, si crea un legame con la cittadinanza, che a ogni tornata elettorale sceglie a maggioranza relativa, nei comuni in cui non è previsto il secondo turno di ballottaggio, o a maggioranza assoluta, laddove, il ballottaggio è previsto, il primo cittadino.

Fino agli inizi degli anni Novanta, il sindaco era nominato dal Consiglio comunale ed era frequente la sua sostituzione nel corso dei 5 anni di consigliatura, data la facoltà assegnata ai consiglieri di dimissionare il primo cittadino e di sostituirlo con un altro.

Il Consiglio comunale mantiene oggi il diritto di sfiduciare il sindaco, ma non solo è richiesta una maggioranza qualificata per farlo, ma la conseguenza diretta di tale atto sarebbe anche lo scioglimento del consiglio comunale stesso. In sostanza, sfiduciando il sindaco o la Giunta, il Consiglio manda a casa anche i propri membri. Da qui, i rari casi di sfiducia, che non solo si verificano in situazioni di gravi crisi politiche dell’amministrazione comunale o di eventi rilevanti, ma peraltro molto spesso avvengono a ridosso delle elezioni, quando in ogni caso il Consiglio comunale avrebbe davanti un periodo ridotto di ulteriore attività. Si tratta, quindi, essenzialmente di un atto simbolico, di natura pre-elettorale.

Ma a differenza del passato, quindi, il Consiglio comunale non può nominare il sindaco e sostituirlo con un altro. Sono solo i cittadini a scegliere chi dovrà essere il primo cittadino e ciò ha rafforzato l’autorevolezza della figura di quest’ultimo, nonché lo ha rafforzato nei poteri assegnatigli e, se vogliamo, gli ha consegnato un potere implicito di ricatto nei confronti della propria maggioranza, perché se non gli venisse consentito di amministrare per dissidi interni, potrebbe sempre dire: mi dimetto e andiamo tutti a casa.

L’art.53 del Testo Unico degli Enti locali sancisce, infatti, che le dimissioni del sindaco e della Giunta diventano effettive a partire da 20 giorni dalla data della loro comunicazione o di presentazione al consiglio comunale. Durante questi 20 giorni, la Giunta e il Consiglio hanno solo poteri di ordinaria amministrazione. Una volta trascorso questo periodo, si da vita alla procedura di scioglimento del Consiglio comunale e tutte le cariche politiche cessano. A questo punto, il Prefetto nomina un commissario, che viene definito per l’appunto prefettizio per l’origine della sua nomina e perché si tratta, in genere, di un funzionario di carriera prefettizia. Questi dura in carica fino alla data di scioglimento del Consiglio comunale con decreto del presidente della Repubblica, su proposta del Ministero dell’Interno, entro 90 giorni.

Durante questi 3 mesi, sempre con un decreto del presidente della Repubblica, viene nominato un commissario straordinario, che ha gli stessi poteri di sindaco, Giunta e Consiglio comunale messi insieme.

Dunque, l’intero processo che parte dalle dimissioni del sindaco fino allo scioglimento del Consiglio comunale dura 110 giorni, ovvero più di 3 mesi e mezzo, trascorsi i quali si deve attendere la data delle nuove elezioni, che in Italia avvengono regolarmente in autunno, tra novembre e dicembre, o in primavera, generalmente, tra aprile e maggio.

Il commissario gestirà l’ente fino alle nuove elezioni, ma la durata di questo periodo di transizione potrebbe essere di gran lunga maggiore, qualora il Consiglio comunale sia stato sciolto per infiltrazioni mafiose. In queste situazioni, infatti, non è raro attendere fino a 2 anni per ottenere l’elezione del nuovo sindaco e del nuovo Consiglio comunale, ma stiamo parlando di un caso che non riguarda le dimissioni del primo cittadino in senso stretto.

Da quanto sopra esposto, pur succintamente, si desume che il sindaco gode di una notevole influenza sul Consiglio comunale e sulla Giunta, perché le sue dimissioni farebbero decadere automaticamente tutte le cariche politiche. Se questo ha certamente portato negli ultimi anni a una maggiore stabilità amministrativa, è indubbio che questo tipo di potere potrebbe essere stato utilizzato a volte in modo improprio, non per tutelare gli interessi pubblici.

Sarà anche per questo che negli ultimi tempi è stata consentita la nomina di assessori comunali tra i consiglieri, non essendo più incompatibile le due cariche. Nelle intenzioni del legislatore, questa modifica dovrebbe consentire alla Giunta una maggiore autonomia decisionale e di pensiero rispetto al sindaco, visto che anche nel caso estremo in cui il dissidio con quest’ultimo sfociasse nell’esautorazione dall’incarico, l’assessore rimarrebbe comunque all’interno delle istituzioni, in qualità di consigliere comunale.

Per contro, però, si potrebbe sostenere che viene meno la separazione tra il potere del Consiglio comunale e quello della Giunta, visto che alcuni componenti potrebbero far parte di entrambi, inficiandone il funzionamento corretto.

Dimissioni e Ferie non Godute

Le ferie sono fissate in un minimo di 4 settimane nell’anno solare e devono essere retribuite. Si tratta di una delle maggiori tutele garantite al lavoratore. Tuttavia, potrebbe accadere che scaduto l’anno, si hanno ancora a disposizione giorni di ferie non godute. A questo punto, molti lavoratori ritengono di potersi avvantaggiare da una tale situazione, chiedendo all’azienda la monetizzazione di questi giorni di ferie non godute, ma s’incorre in un errore di fondo abbastanza spiacevole, perché la legge vieta con il Decreto Legislativo 66/2003 la loro monetizzazione, ovvero impedisce al lavoratore di chiedere al datore di lavoro di compensare i giorni di ferie non godute con una maggiore retribuzione. Potrebbe apparire una scelta contraria ai diritti del lavoratore, mentre si tratta dell’opposto. Il divieto è finalizzato ad impedire che il dipendente, per bisogno o allettato dalla prospettiva di potere guadagnare di più, rinunci in tutto o in parte alle ferie, che sono obbligatorie nella quantità annua suddetta, al fine di consentire il recupero psico-fisico di chi lavora. In sostanza, il legislatore intende preservare la scelta di obbligare le parti ad avere un periodo di stacco dal lavoro, necessario per recuperare energie e per una migliore qualità della vita, forse anche della produttività aziendale.

La legge, quindi, sancisce l’obbligo per il lavoratore di usufruire entro l’anno di almeno 2 settimane di ferie, mentre le restanti 2 settimane possono essere usufruite entro i 18 mesi successivi alla fine dell’anno, ovvero entro il giugno di 2 anni dopo. Esempio, nell’anno 2014, Tizio ha goduto solo delle 2 settimane minime previste sulle 4 garantite dal contratto. Le restanti 2 settimane dovranno essere godute entro il giugno dell’anno 2016. Ovviamente, nel 2015 e nel 2016 esse si cumuleranno con le altre 4 settimane di ferie per anno a cui il lavoratore ha diritto.

Esistono, però due eccezioni a tale regola. Da un lato, la monetizzazione è possibile nel caso di cessazione del rapporto di lavoro, come per le dimissioni, il licenziamento o la scadenza del contratto a tempo determinato. In questi casi, quindi, non essendo più possibile che il lavoratore usufruisca delle ferie non godute, il datore di lavoro è obbligato a compensare il lavoratore retribuendolo dei giorni mancanti.

Un’altra situazione simile si ha, stando a quanto interpretato dalla giurisprudenza, nei casi in cui le ferie non godute siano eccedenti le 4 settimane minime previste per legge, qualora il contratto ne garantisca di più. Esempio: Tizio lavora in un’azienda che garantisce 5 settimane di ferie all’anno, più delle 4 minime legali. Ipotizziamo che abbia goduto di 4 settimane di ferie, avendo a disposizione un’ultima settimana. Se finito l’anno, il lavoratore lo ritiene opportuno, potrà richiedere al datore di lavoro di monetizzargli la settimana restante. La ratio dell’interpretazione non è difficile da scorgere: fermo restando che il lavoratore abbia diritto in maniera inalienabile a 4 settimane di ferie all’anno, il maggior numero di giorni previsto per contratto potrà essere effettivamente goduto a scelta del dipendente, il quale potrebbe optare per la monetizzazione.

La monetizzazione non è consentita in ogni caso, però, per i lavoratori del settore pubblico, anche se si sono levate vivaci proteste con riferimento, in particolare, agli insegnanti assunti a tempo determinato, i cosiddetti “precari” della scuola.

Ovviamente, la monetizzazione, quando è possibile, non è detto che si realizzi, perché il datore di lavoro è solito in queste situazioni obbligare il dipendente a prendersi le ferie forzate per tutti i giorni residui di cui ha ancora diritto. Lo stesso, a dire il vero, accade di solito anche quando non è alcun diritto alla monetizzazione. Verso la fine dell’anno, infatti, il datore di lavoro fa presente al dipendente che deve necessariamente prendersi tot giorni di ferie per adempiere agli obblighi normativi.

Se si ha diritto di monetizzare le ferie per i giorni eccedenti le quattro settimane, previsti per contratto, ma non usufruiti dal lavoratore, bisogna prestare attenzione che ciò non si traduca in un onere imprevisto, visto che il maggiore reddito potrebbe determinare l’applicazione di aliquote più elevate, se rientrasse in un più alto scaglione, così come potrebbe tradursi nella perdita di accesso di benefici assistenziali e di accesso ai servizi pubblici. Si pensi al caso di richiesta di una borsa di studio, legata all’entità del reddito percepito dal nucleo familiare.

Una cosa è, però, sicura, a differenza delle ferie, i permessi non goduti vanno monetizzati, perché al datore di lavoro vi è fatto obbligo. Ecco, quindi, che spesso il lavoratore preferisce non usufruire dei permessi durante l’anno, salvo chiederne alla fine dello stesso una compensazione in denaro, oppure godere in maniera concentrata in un determinato periodo di tutti quelli non usufruiti. Vale, in ogni caso, il ragionamento sopra esposto sull’aumento del reddito conseguente alla monetizzazione.

In generale, il consiglio è di ripartire le ferie nel corso dell’anno, evitando possibilmente di concentrarle inutilmente in un unico periodo, salvo non averne a disposizione all’occorrenza.

Dimissioni Incentivate – Informazioni Utili

Le dimissioni incentivate sono uno strumento giuridico che può essere utilizzato dal datore di lavoro che intenda effettuare una riduzione del personale senza instaurare le procedure del licenziamento particolare o collettivo.

Per mezzo delle dimissioni incentivate, infatti, il datore di lavoro propone al lavoratore, che è libero di accettare o meno, la possibilità di inviare una propria lettera di dimissioni, corrispondendogli in tal caso una serie di benefici. Nonostante l’impulso delle dimissioni incentivate parta dal datore di lavoro, la ricezione delle dimissioni da parte del lavoratore non comporta la risoluzione del contratto di lavoro, questo avverrà unicamente nel momento in cui il datore di lavoro accetterà le dimissioni, sia in forma esplicita che per atto conclusivo come potrebbe essere la liquidazione delle spettanze dovute al lavoratore.

Il vantaggio delle dimissioni incentivate è che, anche se applicate su larga scala nei confronti di molti lavoratori, queste non si contano nel numero minimo di licenziamenti per aversi la fattispecie del licenziamento collettivo.

Non solo, non trattandosi di licenziamento, nel quale la volontà unilaterale di risolvere il contratto è del datore di lavoro, ma di dimissioni, nelle quali è il lavoratore a esporre la propria volontà di terminare il contratto di lavoro, non vi sarà neppure l’applicazione del diritto di precedenza dei dimissionari in caso di successive nuove assunzioni.

Abbiamo detto che per mezzo delle dimissioni incentivate il datore di lavoro promette un incentivo economico per quei lavoratori che si dimetteranno entro un dato termine: a tutela del lavoratore, che dovesse dare le dimissioni e poi si trovasse di fronte a un datore di lavoro inadempiente ha sopperito la giurisprudenza (chiarendo che il processo formativo della volontà di rassegnare le dimissioni viene viziato qualora il datore di lavoro ingeneri un falso affidamento nel lavoratore.

A tutela, invece, del datore di lavoro il fatto che il termine che lo stesso imporrà per le dimissioni dovrà essere rispettato dal lavoratore, diversamente cadrebbe l’obbligo alla corresponsione del beneficio economico.

Non vanno confuse, infine, le dimissioni incentivate con la mobilità volontaria: l’adesione alla mobilità volontaria esclude, infatti, la possibilità delle dimissioni incentivate.

Dimissioni Amministratore di Condominio

Le dimissioni dell’amministratore di condominio sono un fenomeno molto raro però possibile. Si tratta di quei casi in cui non è l’assemblea dei condomini a decidere di affidare l’incarico di amministratore a una nuova persona, prima della scadenza o alla scadenza dell’amministratore in carica, ma in cui è l’amministratore a non volere più proseguire con l’incarico affidatogli.

Le motivazioni che possono spingere un amministratore a recedere dall’incarico affidatogli possono essere le più varie e andare da una sopravvenuta incompatibilità caratteriale con alcuni condomini, che rende difficile la prosecuzione del rapporto di lavoro o anche a motivazioni economiche, come per esempio l’avere ricevuto incarichi più remunerativi.

Qualsiasi sia la causa che spinge l’amministratore a dare le proprie dimissioni, le stesse non potranno essere immediate, salvo il risarcimento di eventuali danni che le sue dimissioni immediate potessero causare.

Infatti il rapporto di lavoro che lega l’amministratore al condominio è un contratto di mandato, come ha più volte determinato la giurisprudenza, e anche recentemente la Cassazione a Sezioni Unite n. 9148/08.

Questo significa che nell’adempimento del proprio incarico, l’amministratore di condominio dovrà rispettare tutte quelle norme che regolano il contratto di mandato e tra queste l’articolo 1722 c.c., che indica, tra le cause di estinzione del mandato la rinunzia da parte del mandatario.

Tuttavia, come dicevamo, ai sensi del successivo articolo 1727 c.c., l’amministratore non potrà rinunciare senza una giusta causa, e spetta alla giurisprudenza definire nello specifico se la causa di dimissioni dell’amministratore condominio sia o meno considerabile giusta, e, nel caso non sia presente una giusta causa di rinuncia, dovrà risarcire eventuali danni causati al mandante.

Anche in presenza di giusta causa, comunque, in adempimento del principio di buona fede nell’adempimento dei contratti, l’amministratore sarà comunque tenuto a gestire l’ordinaria amministrazione del condominio, fino a quando l’assemblea di condominio non abbia nominato un nuovo amministratore. Chiaramente, a fronte di una assemblea di condominio che non provvedesse alla nomina, l’amministratore dimissionario potrà adire le vie giudiziali per chiedere la nomina di un amministratore giudiziario.

La lettera di dimissioni amministratore di condominio sarà dunque una comunicazione, inoltrata a mezzo raccomandata con avviso di ricevimento, con la quale l’amministrazione scriverà al condominio esprimendo la propria volontà di dimettersi dall’incarico e indicando le motivazioni, che non dovranno essere generiche ma specifiche, che lo spingono a tale decisione. Quindi, una volta ricevuta la comunicazione, dovrà essere indetta un’assemblea di condominio, per fare in modo che i condomini possano discutere sul merito della vicenda e nominare un nuovo amministratore di condominio, deliberando inoltre se vi siano danni da richiedere all’amministratore uscente o meno. Il tutto dovrà poi essere riportato nel verbale, che può essere scritto utilizzando questo modello di verbale assemblea di condominio presente su Documentiutili.com, per fare in modo che le decisioni prese abbiano valore.