Lettera di Dimissioni

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Dimissioni e Ferie non Godute

Le ferie sono fissate in un minimo di 4 settimane nell’anno solare e devono essere retribuite. Si tratta di una delle maggiori tutele garantite al lavoratore. Tuttavia, potrebbe accadere che scaduto l’anno, si hanno ancora a disposizione giorni di ferie non godute. A questo punto, molti lavoratori ritengono di potersi avvantaggiare da una tale situazione, chiedendo all’azienda la monetizzazione di questi giorni di ferie non godute, ma s’incorre in un errore di fondo abbastanza spiacevole, perché la legge vieta con il Decreto Legislativo 66/2003 la loro monetizzazione, ovvero impedisce al lavoratore di chiedere al datore di lavoro di compensare i giorni di ferie non godute con una maggiore retribuzione. Potrebbe apparire una scelta contraria ai diritti del lavoratore, mentre si tratta dell’opposto. Il divieto è finalizzato ad impedire che il dipendente, per bisogno o allettato dalla prospettiva di potere guadagnare di più, rinunci in tutto o in parte alle ferie, che sono obbligatorie nella quantità annua suddetta, al fine di consentire il recupero psico-fisico di chi lavora. In sostanza, il legislatore intende preservare la scelta di obbligare le parti ad avere un periodo di stacco dal lavoro, necessario per recuperare energie e per una migliore qualità della vita, forse anche della produttività aziendale.

La legge, quindi, sancisce l’obbligo per il lavoratore di usufruire entro l’anno di almeno 2 settimane di ferie, mentre le restanti 2 settimane possono essere usufruite entro i 18 mesi successivi alla fine dell’anno, ovvero entro il giugno di 2 anni dopo. Esempio, nell’anno 2014, Tizio ha goduto solo delle 2 settimane minime previste sulle 4 garantite dal contratto. Le restanti 2 settimane dovranno essere godute entro il giugno dell’anno 2016. Ovviamente, nel 2015 e nel 2016 esse si cumuleranno con le altre 4 settimane di ferie per anno a cui il lavoratore ha diritto.

Esistono, però due eccezioni a tale regola. Da un lato, la monetizzazione è possibile nel caso di cessazione del rapporto di lavoro, come per le dimissioni, il licenziamento o la scadenza del contratto a tempo determinato. In questi casi, quindi, non essendo più possibile che il lavoratore usufruisca delle ferie non godute, il datore di lavoro è obbligato a compensare il lavoratore retribuendolo dei giorni mancanti.

Un’altra situazione simile si ha, stando a quanto interpretato dalla giurisprudenza, nei casi in cui le ferie non godute siano eccedenti le 4 settimane minime previste per legge, qualora il contratto ne garantisca di più. Esempio: Tizio lavora in un’azienda che garantisce 5 settimane di ferie all’anno, più delle 4 minime legali. Ipotizziamo che abbia goduto di 4 settimane di ferie, avendo a disposizione un’ultima settimana. Se finito l’anno, il lavoratore lo ritiene opportuno, potrà richiedere al datore di lavoro di monetizzargli la settimana restante. La ratio dell’interpretazione non è difficile da scorgere: fermo restando che il lavoratore abbia diritto in maniera inalienabile a 4 settimane di ferie all’anno, il maggior numero di giorni previsto per contratto potrà essere effettivamente goduto a scelta del dipendente, il quale potrebbe optare per la monetizzazione.

La monetizzazione non è consentita in ogni caso, però, per i lavoratori del settore pubblico, anche se si sono levate vivaci proteste con riferimento, in particolare, agli insegnanti assunti a tempo determinato, i cosiddetti “precari” della scuola.

Ovviamente, la monetizzazione, quando è possibile, non è detto che si realizzi, perché il datore di lavoro è solito in queste situazioni obbligare il dipendente a prendersi le ferie forzate per tutti i giorni residui di cui ha ancora diritto. Lo stesso, a dire il vero, accade di solito anche quando non è alcun diritto alla monetizzazione. Verso la fine dell’anno, infatti, il datore di lavoro fa presente al dipendente che deve necessariamente prendersi tot giorni di ferie per adempiere agli obblighi normativi.

Se si ha diritto di monetizzare le ferie per i giorni eccedenti le quattro settimane, previsti per contratto, ma non usufruiti dal lavoratore, bisogna prestare attenzione che ciò non si traduca in un onere imprevisto, visto che il maggiore reddito potrebbe determinare l’applicazione di aliquote più elevate, se rientrasse in un più alto scaglione, così come potrebbe tradursi nella perdita di accesso di benefici assistenziali e di accesso ai servizi pubblici. Si pensi al caso di richiesta di una borsa di studio, legata all’entità del reddito percepito dal nucleo familiare.

Una cosa è, però, sicura, a differenza delle ferie, i permessi non goduti vanno monetizzati, perché al datore di lavoro vi è fatto obbligo. Ecco, quindi, che spesso il lavoratore preferisce non usufruire dei permessi durante l’anno, salvo chiederne alla fine dello stesso una compensazione in denaro, oppure godere in maniera concentrata in un determinato periodo di tutti quelli non usufruiti. Vale, in ogni caso, il ragionamento sopra esposto sull’aumento del reddito conseguente alla monetizzazione.

In generale, il consiglio è di ripartire le ferie nel corso dell’anno, evitando possibilmente di concentrarle inutilmente in un unico periodo, salvo non averne a disposizione all’occorrenza.